« Fouché et l’enlèvement d’un sénateur sous le Consulat », par Jean Tulard

Dans son dernier livre, « Tyrans, assassins et conspirateurs – le pouvoir du mal », sorti aux éditions SPM, Jean Tulard évoque, sous forme de dialogues imaginaire mais plausibles, diverses figures de l’Histoire incarnant des « méchants ».

Parmi les divers Tamerlan, Ivan le Terrible, Catherine de Médicis, Sade, Lacenaire et autres Pierrot le Fou, apparaît, à deux reprises (à tout seigneur tout honneur !), Joseph Fouché, dans les chapitres consacrés à « Vidocq, le bagnard devenu policier », et surtout « Fouché et l’enlèvement d’un sénateur sous le Consulat ». Le sénateur en question est Clément de Ris (1750-1827), personnage particulièrement opaque mais qui fut rendu célèbre par le roman de Balzac, « Une ténébreuse affaire », publié en 1841.

Tulard imagine une rencontre entre le romancier et la duchesse D’Abrantès, veuve du général Junot (le prédécesseur de Fouché en qualité de gouverneur général des Provinces Illyriennes que nous avons rencontré sur ce blog dans le « feuilleton historique » Pontgibaud-Labrosse). Balzac l’interroge sur l’affaire De Ris ; « nous étions très liés, mon mari et moi, à Fouché. Plus tard il m’a raconté ce qui s’était passé« , lui raconte la duchesse. La confidence ne tombe pas dans l’oreille d’un sourd, et constituera la documentation sur laquelle le romancier bâtira son roman.

Portrait du sénateur Clément de Ris. Il refusa de paraître lors du procès.

Fouché aurait-il manipulé un commando royaliste afin de récupérer, dans le château du sénateur, certains papiers compromettants pour lui et pour Talleyrand, avant d’abandonner ces jeunes exaltés entre les mains d’une justice fort expéditive soucieuse de plaire à Napoléon ? L’explication est souvent mise en avant mais aucune certitude n’existe ; en tout cas, elle est tout à fait envisageable. Les trois jeunes-gens, des nobles aussi fauchés qu’aventureux, seront condamnés à l’issue d’un procès qu’on peut, en toute objectivité, qualifier de farce, et guillotinés le 3 novembre 1801. Ils mériteraient de faire l’objet d’une notice dans le « Dictionnaire des prisonniers de Napoléon »…

Julien Sapori

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Versione in italiano

ALBERT-FRANCOIS  DE  MORE, CONTE  DI  PONTGIBAUD, DIVENTATO IN EMIGRAZIONE JOSEPH LABROSSE, NEGOZIANTE (10e parte e fine)

• Oscar de Incontrera, lo « scopritore » di Labrosse

Se ai giorni nostri Joseph Labrosse è conosciuto, cio’ lo dobbiamo essenzialmente alle ricerche istancabili del triestino Oscar de Incontrera (1903-1970). Al di là del signor Labrosse, le ricerche di questo eccellente storico « dilettante » su certe personalità francesi che hanno soggiornato a Trieste e nella sua regione, restano, oggi ancora, fondamentali.

Oscar de Incontrera è nato a trieste nel 1903 ed è morto nella sua città natale nel 1970. I suoi antenati spagnoli si erano stabiliti in Sicilia all’inizio del XVIIIe  secolo e poi, nel 1846, a Trieste. Il suo nonno Giovanni aveva fatto parte della corte di Massimiliano d’Austria (1832-1867), che aveva costruito a Trieste la sua residenza, il straordinario castello di Miramare ; Giovanni lo aveva pure seguito nel Messico all’occasione della sua spedizione catastrofica. Di questo passato familiare, de Incontrera aveva ereditato una sensibilità legittimista a cui è rimasto sempre fedele, e che a volte scaturisce in maniera flagrante dai suoi scritti, senza tuttavia alterare mai sul fondo il rigore delle sue ricerche. Un solo esempio : descrivendo la seconda moglie di Joseph Fouché, la giovane e affascinante Ernestine Castellane-Majastre che l’aveva accompagnato nel suo esilio a Trieste, ecco cosa scrive su di lei : « questa Castellane degenerata si era avvilita sposando un Fouché » (!). E’ a causa della sua fedeltà al ricordo dei Borboni di Francia e di Spagna e della sua ostilità viscerale alla Repubblica Francese, che aveva rifiutato la Légion d’Honneur che il suo amico  René Dollot, console di Francia a Trieste e storico, avrebbe voluto attribuirgli. Impiegato delle celebri Assicurazioni Generali (la cui sede centrale è a Trieste), de Incontrera ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca storica, pubblicando a vent’anni il suo primo articolo, uno studio sulla basilica  di San Giusto, e i due ultimi l’anno stesso della sua morte. Era uno dei membri più illustri della  Società di Minerva, società storica e culturale fondata nel 1810 dall’erudito Domenico Rossetti e ancora esistente e attiva ai giorni nostri.

De Incontrera era pure molto impegnato nella vita della sua città, ed ebbe in questa veste un ruolo di primo piano nella salvaguardia di certi monumenti minacciati, come pure nelle operazioni che permisero, dopo la prima guerra mondiale, il ritorno delle spoglie reali di  Charles X e dei suoi prossimi nel convento di Castagnavizza, vicino a Gorizia (oggi in Slovenia).

E’ assolutamente impossibile ricordare qui, anche brevemente, l’insieme dei suoi studi, sempre caratterizzati dalla ricerca di fonti inedite. Tuttavia, per i lettori francesi, mi sembra importante citarne più particolarmente alcuni :

– Joseph Fouché, esiliato e morto a Trieste il 26 dicembre 1820, sepolto nella cripta della cattedrale di San Giusto ; le sue spoglie saranno esumate e trasportate à Ferrière-en-Brie (Seine-et-Marne, Francia) nel 1875. Avevo studiato questa documentazione per la redazione del mio libro L’exil et la mort de Joseph Fouché – entre mensonge romanesque et vérité historique, edizioni Anovi, 2007.

– I napoleonidi a Trieste, e specialmente Jérôme (Gerolamo) Bonaparte, Elisa Bonaparte (morta il 7 agosto 1820 nella sua casa di campagna a Villa Vicentina) e Caroline Murat.

– Chateaubriand, aveva soggiornato nella città dal 29 al 31 luglio 1806 : in questa occasione, si era recato sulla tomba di « Mesdames de France » (le sorelle di Louis XV, morte in esilio a Trieste nel 1799 et 1800), nella cattedrale di San Giusto, ricordo che racconterà più tardi in maniera commovente nelle Mémoires d’Outre Tombe.

Il quaderno di grammatica latina del Dauphin (Louis XVII), conservata nella Biblioteca Civica della ville, che era stato la proprietà delle sue zie, « Mesdames de France« .

– Le tombe reali nel convento di Castagnavizza (Gorizia), fra le quali figurano quelle di : Charles X, suo figlio Louis-Antoine, Henri d’Artois conte di Chambord, Marie-Thérèse de France duchessa d’Angoulème etc.

Stendhal, consul de France à Trieste en 1831.

Napoléon : son séjour à Trieste du 29 et 30 avril 1797.

Quando il giovane de Incontrera comincia a interessarsi al conte di Pontgibaud, diventato in emigrazione Joseph Labrosse, questo personaggio è quasi dimenticato, nessun studio serio esisteva all’epoca su di lui. All’inizio, all’età di quindici anni, de Incontrera è attirato dalla sua pietra tombale, che si trovava in uno stato di grande degradazione, appoggiata a una facciata laterale della cattedrale di San Giusto. Le sue ricerche meticolose negli archivi della città, completate da un soggiorno al castello Dauphin à Pontgibaud, nel Puy-de-Dôme (Francia), dove potè studiare la ricca corrispondenza di questa famiglia dell’aristocrazia dell’Auvergne, gli permisero di tracciare il percorso allo stesso tempo eccezzionale ed emblematico di questo personaggio, in gioventu’ moschettiere del re di Francia, e diventato in emigrazione, per la forza delle cose ma sopratutto per il suo talento, uno dei più ricchi e influenti uomini d’affari di Trieste. Ne tirerà una serie di articoli, pubblicati fra il 1954 e il 1964 nel bollettino della Società di Minerva,  l’Archeografo Triestino [1]. Nel 2014, sono stati tradotti in francese da Hugues de Warren e riuniti in due volumi di 380 e 476 pagine con il titolo « Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français de Trieste ».

L’essenziale di questo « feuilleton » storico, che ho pubblicato su questo blog josephfoucheetsontemps.com, è tratto dalle ricerche effettuate da de Incontrera, una vera « saga » la cui lettura è appassionante ma anche istruttiva, nonostante soffra di qualche carenza di metodo, sopratutto per cio’ che riguarda la rarità delle referenze dei documenti sfruttati. Mi sono limitato a completarle con delle ricerche personali che figurano, essenzialmente, nelle note, l’introduzione e le conclusioni.

Un’ultima cosa. Nel 2020, si commemorerà contemporaneamente il bicentenario della morte di  Joseph Fouché e il cinquantesimo anniversario della morte di Oscar de Incontrera. Questi due personaggi erano certo molto differenti e anche, politicamente, assolutamente ostili, ma finalmente legati l’uno all’altro dal loro soggiorno in questa città strana, accogliente e cosmopolita che è Trieste. Fouché ha, incontestabilmente, un debito verso lo storico triestino, che ha passato la sua vita a ricostruire gli ultimi mesi dell’esistenza di questo statista esiliato. Joseph Fouché e Oscar De Incontrera  meriterebbero, l’uno e l’altro, che nel 2020 si installino a Trieste delle targhe che permetterebbero di ricordarli ; l’uno e l’altro, ormai, appartengono alla Storia.

Per la realizzazione di questo progetto, sono già in contatto con la Società di Minerva, che ringrazio qui per il suo ascolto particolarmente attento.

Grazie a tutti d’aver seguito questo « feuilleton storico » e di restare fedeli al nostro blog.

Julien Sapori

(Fine)

[1] De Incotrera (Oscar), Archeografo Triestino, « Giuseppe Labrosse e gli emigrati francesi a Trieste », n° 881, 894, 905, 917, 931, 936, 948, 959 ; 570 pagine al totale.

Alfred-François de Moré, comte de Pontgibaud (10 et fin)

• Oscar de Incontrera, le « découvreur » de Labrosse

Si de nos jours Joseph Labrosse est connu, nous le devons essentiellement aux recherches inlassables du triestin Oscar De Incontrera (1903-1970). Au-delà du sieur Labrosse, les travaux de ce remarquable historien « amateur » sur des personnalités françaises ayant séjourné à Trieste et dans sa région restent, aujourd’hui encore, incontournables.

Oscar De Incontrera est né à Trieste en 1903 et est mort dans sa ville natale en 1970. Ses ancêtres espagnols s’étaient établis en Sicile au début du XVIIIe siècle puis, en 1846, à Trieste. Son grand-père Giovanni avait fait partie de la cour de Maximilien d’Autriche (1832-1867), qui avait bâti à Trieste sa résidence, l’extraordinaire château de Miramare ; il l’avait même suivi au Mexique lors de sa malheureuse expédition. De ce passé familial, De Incontrera avait hérité une sensibilité légitimiste dont il ne s’était jamais départi et+ qui ressort parfois de manière flagrante dans ses écrits, sans toutefois jamais altérer sur le fond la rigueur de ses recherches. Un seul exemple : en décrivant la deuxième épouse de Joseph Fouché, la jeune et charmante Ernestine Castellane-Majastre qui l’avait accompagné à Trieste, il écrit à son sujet « cette Castellane dégénérée s’était avilie en épousant un Fouché » (!). C’est en raison de sa fidélité au souvenir des Bourbons de France et d’Espagne et de son hostilité viscérale à la République, qu’il avait refusé la Légion d’Honneur que son ami René Dollot, consul de France à Trieste et historien, aurait voulu lui décerner. Employé des célèbres Assicurazioni Generali (dont le siège central est à Trieste), De Incontrera a consacré toute sa vie à la recherche historique, publiant à vingt ans son premier article, une étude sur la basilique de San Giusto, et les deux derniers l’année même de sa mort. Il était un des membres les plus illustres de la Società di Minerva, société savante fondée en 1810 par l’érudit Domenico Rossetti et toujours existante et active de nos jours.

De Incontrera était aussi très engagé dans la vie de sa cité, et il joua à ce titre un rôle de tout premier plan dans la sauvegarde de certains monuments menacés, comme aussi dans les opérations qui permirent, après la première guerre mondiale, le retour des dépouilles royales de Charles X et de ses proches dans le couvent de Castagnavizza, près de Gorizia (aujourd’hui en Slovénie).

Oscar de Incontrera, historien triestin, est le « découvreur » de Pontgibaud/ Labrosse.

Il est absolument impossible de rappeler ici, même brièvement, l’ensemble de ses études, toujours caractérisés par le souci de la recherche des sources inédites. Toutefois, pour les lecteurs français, il me semble important de rappeler plus particulièrement certains de ses écrits :

Joseph Fouché, exilé et mort à Trieste le 26 décembre 1820, enterré dans la cripte de la cathédrale de San Giusto ; sa dépouille sera exhumée et transporté à Ferrière-en-Brie (Seine-et-Marne) en 1875. J’avais exploité cette documentation lors de la rédaction de mon livre L’exil et la mort de Joseph Fouché – entre mensonge romanesque et vérité historique, édition Anovi, 2007.

– Les napoléonides à Trieste, et notamment Jérôme Bonaparte, Elisa Bonaparte (morte le 7 août 1820 dans sa maison de campagne de Villa Vicentina) et Caroline Murat.

Chateaubriand, ayant séjourné dans la ville du 29 au 31 juillet 1806 : à cette occasion il avait rendu visite à la tombe de « Mesdames de France », dans la cathédrale de San Giusto, souvenir qu’il relate dans les Mémoires d’Outre Tombe.

Le cahier de grammaire latine du Dauphin (Louis XVII) conservé à la Biblioteca Civica de la ville, qui avait été en possession de ses tantes, « Mesdames de France ».

Les tombes royales au couvent de Castagnavizza (Gorizia), parmi lesquelles figurent : Charles X, son fils Louis-Antoine, Henri d’Artois compte de Chambord, Marie-Thérèse de France duchesse d’Angoulême etc.

Stendhal, consul de France à Trieste en 1831.

Napoléon : son séjour à Trieste du 29 et 30 avril 1797.

Lorsque le jeune De Incontrera commence à s’intéresser au comte de Pontgibaud, devenu en émigration Joseph Labrosse, ce personnage est quasiment oublié, aucune étude sérieuse n’existant à son sujet. Au départ, âgé de quinze ans, De Incontrera est intrigué par sa pierre tombale, qui se trouvait à l’époque dans un état très dégradé, appuyée à une façade latérale de la cathédrale de San Giusto. Ses recherches méticuleuses dans les archives de la ville, complétées par un séjour au château Dauphin à Pontgibaud, dans le Puy-de-Dôme, où il put exploiter la riche correspondance de cette famille de l’aristocratie auvergnate, lui permirent de retracer le parcours à la fois exceptionnel et emblématique de ce personnage, ancien mousquetaire du roi, devenu en émigration, par la force des choses mais surtout par ses talents, un des plus riches et influents hommes d’affaires de Trieste. Il en tira une série d’articles, publiés entre 1954 et 1964 dans le bulletin de la Società di Minerva, l’Archeografo Triestino [1]. En 2014, ils ont été traduits en français par Hugues de Warren et réunis en deux volumes de 380 et 476 pages sous le titre Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français de Trieste.

Emblème de la Società di Minerva, fondée en 1810 par Domenico Rossetti. Oscar de Incontrera en fut un fidèle collaborateur.

L’essentiel de ce « feuilleton » historique que j’ai publié dans le présent blog josephfoucheetsontemps.com est tiré des recherches effectuées par De Incontrera, une véritable « saga » dont la lecture est aussi passionnante qu’instructive, bien que souffrant de certaines carences de méthode, et notamment la rareté des références concernant les sources exploitées. Je me suis borné à le compléter par des recherches personnelles qui figurent, pour l’essentiel, dans les notes en bas de page, l’introduction et les conclusions.

Une dernière chose. En 2020, on commémorera à la fois le bicentenaire de la morte de Joseph Fouché et le cinquantième anniversaire de la mort de Oscar de Incontrera. Ces deux personnages étaient certes très différents et même, politiquement, tout-à-fait hostiles, mais finalement liés l’un à l’autre par leur séjour et leur mort dans cette ville étrange, accueillante et cosmopolite qu’est Trieste. Fouché a incontestablement une dette vers l’historien triestin, qui a passé sa vie à fouiller et restituer les derniers mois de la vie de l’Homme d’État exilé. Joseph Fouché et Oscar De Incontrera mériteraient, l’un et l’autre, qu’en 2020 on installe à Trieste des plaques qui permettraient de rappeler leur souvenir aux passants ; car l’un et l’autre, désormais, appartiennent à l’Histoire.

Pour la réalisation de ce projet, je suis d’ores et déjà en contact avec la Società Minerva que je remercie ici pour son écoute attentive.

Merci d’avoir suivi ce « feuilleton historique » et de rester fidèles à notre blog.

                                                                                                                   Julien Sapori

[1] De Incontrera (Oscar), Archeografo Triestino, « Giuseppe Labrosse e gli emigrati francesi a Trieste », n° 881, 894, 905, 917, 931, 936, 948, 959 ; 570 pages au total.

 

 

 

 

Alfred-François de Moré, comte de Pontgibaud (9)

• Épilogue – Labrosse, un « amphibie » ?

Au cours de huit épisodes précédents, nous avons donc découvert la vie à la fois « simple » et extraordinaire du comte de Pontgibaud, devenu Joseph Labrosse. La liste des personnalités qu’il a connu et fréquenté est absolument incroyable et représente à elle seule un résumé de toute l’époque : Louis XVI, Lafayette, Mesdames de France, la duchesse de Narbonne, les généraux Marmont et Bertrand, Jérôme Bonaparte, Elisa Bonaparte, le roi de Suède Gustav IV, Louis XVIII… sans oublier Joseph Fouché ! Qu’en était-il de sa personnalité ? Ce véritable génie des affaires est resté, dans une époque où les bouleversements étaient la règle, toujours fidèle à l’idéal de sa jeunesse : la monarchie. Ce qui n’a pas empêchée « l’anti-conformiste » George Sand de le décrire, du fond de son confort, comme étant un traître…

Dans son roman Simon publié en 1836, la célèbre femme de lettres George Sand met en scène un personnage désagréable, le comte de Fougères, devenu en émigration un simple commerçant. « Qu’est-ce qu’un nom ? » se demande-t’il ce dernier ; « je vous le demande ; est-il propriété plus chimérique ou plus inutile ? Quand j’ai monté ma boutique à Trieste, je commençai par quitter mon nom et mon titre, et je reconstruisis ma fortune sous celui de Spazzetta, ce qui veut dire M. Labrosse ». George Sand s’indigne de cette transformation et l’exprime clairement par le biais du protagoniste du roman, Simon, personnage droit et vertueux, «choqué de je ne sais quoi de bourgeois que le chatelain de Fougères avait contracté, sans doute, à son comptoir. Il était à se dire qu’il valait mieux être ce que la société nous a fait que de jouer un rôle amphibie entre la roture et le patriciat » [1]. Bref, pour la féministe et scandaleuse George Sand, toutes les audaces amoureuses et vestimentaires sont possibles… mais à condition, pour les nobles, de ne pas déroger !

La baronne Dudevant (1804- 1976), en art George Sand.

Aucun doute n’est possible sur ce point : on sait qu’en évoquant le fantomatique comte de Fougères, George Sand visait bien Albert-François de Moré, comte de Pontgibaud, devenu en émigration et par la force des choses Joseph Labrosse. Reste à savoir si le « vrai » comte de Pontgibaud était un homme aussi détestable que celui décrit par George Sand. Pour le savoir, nous disposons d’un travail monumentale : les recherches effectuées des années durant par l’historien de Trieste Oscar De Incontrera, qui ont fait l’objet en 2014 d’une traduction en français sous le titre Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français à Trieste [2].

Au vu des écrits de De Incontrera, le procès intenté par George Sand à Joseph Labrosse semble non seulement anachronique mais, même, disons-le, profondément injuste. Il est impossible de reprocher à Joseph Labrosse d’avoir « trahi » les idéaux de sa jeunesse : s’il s’est accommodé, contraint et forcé, du monde tel qu’il était à l’issue de la Révolution d’abord et de l’Empire ensuite, il n’a jamais renié ses opinions royalistes, faisant l’impossible pour venir au secours de ses anciens compagnons d’arme et autres fugitifs. En tout cas, dans le milieu des anciens émigrés, ses sentiments ne faisaient pas de doute, et il était unanimement apprécié. De Incontrera raconte que « le 13 novembre 1817 le trésorier du Roi Louis XVIII, le comte d’Esparbès de Lussan, communiquait à Joseph Labrosse que son frère l’avait chargé de solder toutes les dettes contractées pendant l’émigration et qu’en tête des créanciers, se trouvait le comte de Pontgibaud, qui lui avait prêté – en 1791 – 175 louis d’or pour fuir Paris et gagner Coblences. […] Pontgibaud répondit qu’il s’enorgueillissait d’avoir aidé dans ces tristes journées tant de gentilshommes à fuir pour aller grossir les rangs de l’armée, qui sous la direction des princes se formait pour libérer la patrie, proie des factieux. Au compagnon d’armes, avec lequel il avait fait la campagne de ’92, il envoyait ses chaleureuses salutations et il le priait de verser cet argent à la caisse créée « pour secourir les anciens émigrés rentrés, qui se débattent dans l’indigence » » [3].

Dans son roman « Simon », sorti en 1836, George Sand présente un personnage directement inspiré de Pontgibaud-Labrosse.

Fidèles , mais aussi réalistes, les époux Labrosse « préféreront laisser mort un passé qui ne pourra plus jamais revenir et dont l’évocation ne pourrait être que douloureuse. Ils descendront donc la tombe d’exil de San Giusto sans reprendre leur titre et leurs possessions ancestrales, maintenant jusqu’à la mort le simple mais honoré nom de Labrosse, emblème de la métamorphose que la Révolution avait opérée en eux et dont ils étaient débiteurs de leur fortune. Une fortune plus grande que celle dont ils avaient joui sous le regretté ancien régime » [4].

Cette capacité d’adaptation, Joseph Labrosse l’avait déjà démontrée avant même la Révolution, en mettant en valeur de manière particulièrement intelligente son domaine de Pontgibaud. Tout au long de sa vie, il s’intéressera à l’agriculture, au commerce, à la banque, à l’immobilier, aux mines, à l’industrie, récoltant succès sur succès dans une époque pourtant difficile qui voit les crises économiques et les faillites se succéder. L’historien Philippe Bourdin a souligné, dans une étude récente, que « le comte et la comtesse de Pontgibaud, si efficacement reconvertis, paraissent bien figurer l’exception dans un environnement où beaucoup de s’avèrent incapables d’oublier préventions et prétentions de leur ordre d’origine, où le sauve-qui-peut individuel l’emporte sur la construction collective, une fois démantelées les coalitions militaires » [5].

Si ses réussites dans le monde des affaires ont quelque chose de proprement stupéfiante, il ne faut pas oublier qu’elles s’accompagnent d’une activité intellectuelle constante et d’une implication de tout premier plan dans le domaine de la bienfaisance. L’historienne Amandine Fauchon constate qu’Albert-François Pontgibaud « est un homme ouvert aux progrès de son temps et perçoit aisément les changement sociaux en cours » [6].

Le simple appât du gain ne suffit pas pour expliquer un tel dynamisme, qui est manifestement motivé aussi par la recherche d’une vie sociale intense. Le négoce devient, chez les époux Labrosse, une forme de succédané de la vie de cour qui leur permet de s’intégrer, à Lausanne comme à Trieste, dans la vie de la cité, et fréquenter non seulement les personnes « qui comptent », mais aussi les personnes « intéressantes ».

George Sand fait de ce noble français émigré à Trieste et devenu un riche commerçant un individu désagréable et opportuniste qui, honte suprême, a « dérogé » à son statut de noble.

Modernes pour ce qui concerne leur vision de l’économie, les époux Labrosse demeurent très « Ancien Régime » sur le plan des mœurs. S’ils renoncent lors de la Restauration à revenir sur les terres familiales pour y mener une vie de possédants, préférant terminer leurs jours dans leur patrie d’adoption, la chère Trieste, ils mettent tout en œuvre pour permettre à leurs descendants de récupérer le domaine de Pontgibaud. Le berceau familial doit être préservé à tout prix… il l’est toujours, d’ailleurs, au XXI° siècle ! Il en est de même pour le mariage de leur fils Armand, la promise étant repérée par le père et un de ses amis en fonction de critères qui ne laissent que peu de marge aux sentiments mais prennent en considération uniquement les titres de noblesse, la situation financière et la solidarité auvergnate.

On comprend que De Incontrera se soit passionné par un tel personnage, si parfaitement emblématique de son époque et avec lequel il savait pouvoir partager aussi, au-delà des siècles, sa sensibilité royaliste et l’amour pour Trieste. La baronne socialiste George Sand, de son côté, a fait preuve d’une grande sécheresse d’esprit en refusant de reconnaître dans la vie tourmentée de Labrosse non seulement un grand courage, mais aussi une cohérence parfaitement respectable. « Dans les crises politiques » écrivait  Oscar Wilde « le plus difficile pour un honnête homme n’est pas de faire son devoir, mais de le connaître » (à suivre…).

Julien Sapori

[1] Sand (George), Simon, première édition 1836 ;  Paris, Calman-Lévy, 1877, p. 33.

[2] Oscar de Incontrera Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français à Trieste, traduit de l’italien par Hugues de Warren,  Impression ICN, ZI des Saligues, Orthez, 2014. Le texte original a été publié en six parties entre 1953 et 1964 par l’Archeografo Triestino (bulletin de la Società di Minerva de Trieste).

[3] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 233.

[4] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome I, p. 65.

[5] Philippe Bourdin, Mémoires d’ex-, mémoires d’exil : l’émigrante noblesse auvergnate, op. cit.

[6] Fauchon (Amandine), La Révolution au village et la figure de l’ennemi contre-révolutionnaire…, op. cit.

Alfred-François de Moré, comte de Pontgibaud (8)

• La mort à Trieste – les héritiers

Les époux Labrosse (mais faut-il encore les appeler ainsi …?) entament la dernière étape de leur vie. Le roi Louis XVIII est désormais retabli sur son trône, mais le comte-négociant n’envisage pas pour autant de quitter Trieste, où il a bâti une solide fortune et une réputation tout autant remarquable. Ils décède dans cette ville qui l’ avait accueilli, lui et sa femme, quand ils étaient en détresse ; comme pour Joseph Fouché et tant d’autres français fugitifs, leurs obsèques ont lieu dans la cathédrale de Trieste.

Le contexte a changé, non seulement dans le cadre familial mais aussi à Trieste et même dans l’Europe entière : désormais, l’aristocratie n’hésite plus à s’afficher. Mme Victoire constate avec satisfaction que leur maison est devenue une sorte de « Faubourg Saint Germain triestin», et que tous ces gens commencent à oublier qu’elle était, autrefois, une simple « Madame Labrosse ». Pour sa part, son mari n’hésite plus à exhiber les décorations que Louis XVI lui avait remis. Il s’éloigne de plus en plus des affaires, confiés désormais au fils Armand et aux frères Schwachofer, et est soumis à de pénibles attaques de goutte. Mais il ne reste pas inactif pour autant et s’implique plus que jamais dans la vie de la cité : il est nommé membre de divers comités chargés de l’embellissement de la ville, des commissions  chargées de la construction d’un nouvel aqueduc et pour la création d’une Caisse d’Épargne.

La pierre tombale Pontgibaud-Labrosse, de nos jours appuyée sur une des façades de la cathédrale de San Giusto à Trieste.

2 – Le roi Charles X. En 1827, il nomme Armand de Pontgibaud pair de France.

3 – La crypte mortuaire du couvent de Castagnavizza, près de Gorizia, accueille les dépouilles de Charles X, de la duchesse d’Angoulême, du comte de Chambord etc.

4 – Napoleona Elisa comtesse de Camerata. Après avoir habité à Villa Vicentina, elle partira vivre dans le village de Colpo (Morbihan). Comme on peut le constater, elle cultivait soigneusement sa ressemblance frappante avec son oncle Napoléon 1er…

Mme Victoire décède à l’Ermitage le 21 juillet 1821 à l’âge de 66 ans ; la cérémonie funèbre a lieu dans la cathédrale de San Giusto. Afin de surmonter la tristesse du décès de sa bien-aimée épouse, en mai 1823 Joseph Labrosse se rend à Paris avec sa belle-fille. Il y rencontre le maréchal de Marmont, duc de Raguse et ancien gouverneur des Provinces Illyriennes, le banquier Rothschild, l’ambassadeur d’Autriche et d’autres personnalités ; il a même droit à une audience du roi.

Albert-François de Moré, comte de Pontgibaud, dans le siècle Joseph Labrosse, décède à son tour dans sa maison de l’Ermitage le 24 juillet 1824. Son frère Charles-Albert en est informé par une lettre d’Armand, et il en est accablé : «Il nous a été impossible, mon cher neveu, de répondre de suite à votre dernière et accablante lettre ; quelques préparés que nous fussions par la précédente, nous n’en avons pas moins ressenti le coup dans toute sa force. Quelle déchirante idée : nous n’avons plus de frère !»[1]. Une fois encore, les funérailles ont lieu dans la cathédrale de San Giusto où le cercueil de l’illustre français est transporté par des négociants de la ville, accompagné d’un cortège dans lequel on retrouve toutes les personnalités locales et les capitaines des navires français se trouvant dans la rade. Son corps est déposé dans la tombe de sa femme, au cimetière attenant à la cathédrale de San Giusto.

Un épigraphe rédigée en italien rappelle la vie peu ordinaire de l’homme d’affaire. Voici sa traduction en français :

« À la mémoire du marquis Albert François de Moré comte de Pontgibaud, né à Paris le 23 avril 1754 ; fut chevalier de Saint Louis, colonel fidèle au Roi et à l’oriflamme ; vit les Rois opprimés par la fureur de la révolte ; quitta le sol de sa patrie et ses biens familiaux afin de conserver immaculé l’honneur et intact le devoir ; se réfugiant dans cette terre hospitalière, il ouvrit  une maison de commerce avec le nom de Joseph Labrosse et s’éleva en considération et en fortune, son intelligenge et son travail se tournant vers Trieste de manière à pouvoir adoucir les rigueurs destructifs des tourbes belliqueuses ; révéré, aimé, il descendit dans la tombe le 24 juillet 1824 ; à côté de lui dorment son fidèle épouse, compagne de sa vie, et sa petite fille d’un an » [2].

Son fils Armand fait rajouter une autre épigraphe, en français : « Ci-git Albert François de Moré de Pontgibaud ancien colonel d’infanterie chevalier de l’ordre royal et militaire de Saint-Louis, décédé à Trieste le 24 juillet 1824, et près de lui reposent sa femme et sa petite fille – de profundis ».

 

Mais la tombe des Pontgibaud ne reste pas longtemps à son endroit initial. En 1825 est ouvert le nouvel cimetière de Sant’Anna, à la périphérie de la ville, et dès lors les inhumations cessent dans l’ancien cimetière de San Giusto qui finalement est démoli en 1842 ; à sa place on établi l’ Orto Lapidario (jardin lapidaire) dans lequel sont recueillies les pierres sculptées et monuments romains trouvés dans la ville et la région. À cette occasion, les anciennes tombes sont déménagées. Armand aurait envisagé de transporter les restes mortuaires de ses parents en France, à Pontgibaud, mais on  l’aurait convaincu de les laisser sur place, de manière à pouvoir perpétuer le souvenir de celui qu’elle considère comme un illustre bienfaiteur. La plaque funéraire des Pontgibaud est donc déplacée de quelques dizaines de mètres, et accolée sur un mur extérieur de la basilique de San Giusto. Mais au XX° siècle, le souvenir des Labrosse s’estompe et entre les deux guerres mondiales le monument, à l’abandon, se dégrade fortement : c’est grâce aux interventions successives d’ Oscar de Incontrera qu’il est sauvé de l’oubli et finalement reconstitué en 1960, tel qu’on peut le voir aujourd’hui encore.

La crypte mortuaire du couvent de Castagnavizza, près de Gorizia, accueille les dépouilles de Charles X, de la duchesse d’Angoulême, du comte de Chambord etc.

Nous avons vu que Charles-Albert de Moré, le frère fantasque, était rentré vivre en France à partir de 1815. Il s’installe avec sa femme Adélaïde au 6 place Royale (actuelle place des Vosges) à Paris. A partir de 1822 un jeune homme appelé Victor Hugo demeure dans l’appartement au-dessus du sien… Charles-Albert n’a pas l’esprit concret et entrepreneur de son frère : il vit de ses rentes et pourfend «l’esprit du temps», déplorant la politique qu’il considère comme trop modérée des ultras. En 1827 il publie une savoureuse autobiographie, Les mémoires du comte de M… (imprimée par la  typographie d’Honoré de Balzac !), qui seront rééditées en 1898 avec le titre de Mémoires du comte de Moré. Son épouse Adélaïde décède le 15 février 1836 et est enterrée au Père Lachaise, où sa tombe existe encore et sur laquelle on peut lire : « dans sa jeunesse elle fit le charme de la société par sa bonté et par les grâces de son esprit, dans l’âge mur elle supporta avec courage les longs malheurs dont elle fut une des victimes et resta fidèle à ses nobles affections ». Veuf, Charles-Albert va vivre avec la famille d’Armand  « Labrosse », dans un appartement au 32 rue des Tournelles, dans le 20e arrondissement. De Incotrera écrit que « Isolé de la société parmi laquelle il avait tant brillé autrefois, obsédé par la peur d’avoir à assister encore à une troisième révolution, plein de critiques mordantes envers le régime de « Sa majesté Citadine » (Louis Philippe) il ne sortait plus de sa maisonsi ce n’est pour faire oeuvre de charité » [3]. Il décède à 80 ans, le 2 juin 1837 et est enterré à côté de sa femme, sans qu’aucune épigraphe soit apposée sur sa tombe.

On se rappelle qu’en décembre 1817, Joseph Labrosse et son fils s’étaient rendus à Paris, Mme Victoire ne pouvant pas entreprendre un tel voyage en raison des désagrements que lui provoquait  la maladie de la cataracte. Le but du voyage était de trouver pour Armand une jeune fille noble à marier. Dans la capitale, Pierre de Molen marquis de Saint-Poncy [4], attire l’attention du père sur la fille d’un autre auvergnat, le colonel de cavalerie comte Gabriel-René-François de la Rochelambert, chevalier de Saint-Louis [5] : il s’agit de la jeune Amanthine, née le 8 mai 1797. Le 29 avril 1818 le contrat de mariage est signé, en présence du comte d’Artois (futur Charles X), le duc et la duchesse d’Angoulême, le duc et la duchesse de Berry, le duc et la duchesse d’Orléans et d’autres membres de la cour ; Armand reçoit de son père la propriété et les 250 hectares de terres de Ronchi ainsi que tous les biens anciens de Pontgibaud qui n’ont pas été expropriés et vendus par la Révolution et qui depuis plusieurs années il s’était employé à reconstituer [6]. Le mariage est célébré le 2 mai 1818 dans l’église Saint Thomas d’Aquin, rue du Bac à Paris par l’archevêque de Reims, Jean-Charles de Coucy-Polencourt, ancien aumônier de la reine Marie-Antoinette.

Après le décès de ses parents, Armand et Amanthine décident de retourner vivre en France. Ils vendent leurs parts dans l’entreprise familiale aux frères Schwachofer (l’entreprise Schwachofer/Labrosse subsista jusqu’en 1835) et procèdent le 4 avril 1827 à l’acquisition du château… La Brosse (sic !),[7] entouré de terrains agricoles, à Montereau (Seine-et-Marne). À partir de cette époque ils oeuvrent avec constance afin de reconstituer les propriétés de l’ancienne seigneurie de Pontgibaud dont la Révolution les avait spoliés.

Le roi Charles X. En 1827, il nomme Armand de Pontgibaud pair de France.

Le 5 novembre 1827,      Charles X nomme Armand pair de France et s’installe avec sa famille à Paris. « La vie de cour, que ses parents avaient vécu avant la Révolution, fut ainsi reprise par Armand, ainsi que les étroites amitiés avec les plus hauts dignitaires »[8]. L’année suivante, il est fait chevalier de la Légion d’honneur. La révolution de 1830 met fin à la carrière politique d’Armand, qui perd sa place à la Chambre des Pairs. Sa foi légitimiste lui interdisant tout compromis avec la monarchie de Louis Philippe, il quitte la capitale et s’installe à Pontgibaud ; sa femme et les enfants décident de retourner vivre à Trieste, où la famille a conservé un appartement dans la ville ainsi que la propriété de Ronchi ; ils y resteront jusqu’en 1831. Poursuivant la tradition d’homme d’affaires de son père, Armand décide de lancer l’exploitation d’une mine de plomb argentifère à Roure, Barbecot et Combres (appelée généralement « Mine des Rosiers »), dans le Puy-de-Dôme, qu’il vendra en 1838 à une société anglo-française, la Société Anonyme des Mines et Usines de Pontgibaud, dirigée par la famille Taylord, laquelle en poursuivra l’exploitation jusqu’en 1898. C’était une mine importante qui, à titre d’exemple, procédera en 1871 à l’extraction de 5 255 tonnes d’argent. Grâce aux bénéfices tirés de ces mines, Armand peut racheter une partie du château de ses ancêtres.

Armand et Amanthine reviendront ensemble à Trieste, pour de longs séjours, procèdant encore à l’acquisition de terres et immeubles. À l’occasion de leurs promenades champêtres, ils leur arrivait de croiser un personnage étrange, une amazone habillée de manière exentrique, entourée d’une meute de chiens : il s’agissait de la fille d’Elisa Bonaparte, Napoléona Elise comptesse Camerata, qui demeurait dans la propriété de sa mère défunte, à Villa Vicentina[9].

Napoleona Elisa comtesse de Camerata. Après avoir habité à Villa Vicentina, elle partira vivre dans le village de Colpo (Morbihan). Comme on peut le constater, elle cultivait soigneusement sa ressemblance frappante avec son oncle Napoléon 1er… 

Les années s’écoulant, le couple Pontgibaud passe l’essentiel de son temps à Ronchi. Le hasard de l’histoire avait fait que Charles X, le « dernier roi » pour les légitimistes, était décédé le 6 novembre 1836 à proximité, à Gorizia, dernière étape de son exil. Les survivants de son entourage, parmi lesquels la fille de Louis XVI et de Marie-Antoinette, la duchesse d’Angoulême, et l’héritier au trône, le comte de Chambord, vivaient tristement dans le palais Strassoldo, à Gorizia, et y recevaient souvent la visite des époux Pontgibaud [10].

Armand meurt le 23 janvier 1855 à Fontainebleau, à l’âge de 65 ans, et sa femme Amanthine le 11 septembre 1873, à Paris, à l’âge de 76 ans.

Armand-Victoire et Amanthine auront sept enfants :

Joachina, née à Trieste le 30 novembre 1819,  décédée le 24 juillet 1820 ;

Césarine Désirée, née en 1814 à Trieste, reigieuse au couvent des dames de Sainte-Clotilde à Paris, décédée en 1891 ;

César Henri Joseph, comte de Moré de Pontgibaud, né en 1821 à Trieste, décédé le 11 octobre 1892 et enterré dans le parc du château Dauphin ; il s’était marié le 1 juin 1847 avec Noémie Le Viconte de Blangy (1826/1889) ; avocat, maire de Saint-Marcouf (Manche) ; élu en 1852 conseiller général du canton de Montebourg dans la Manche à la suite du célèbre écrivain Alexis de Toqueville, restera en fonction jusqu’en 1892 date à laquelle son fils César de Moré lui succédera ; il était le propriétaire du château familial qu’il avait restauré ; deux enfants mâles : César Henri Joseph Dieudonné de Moré de Pontgibaud (1852/…), et Gonzague, 1862/1893, châtelain de château Dauphin.

Charles Gabriel Armand, vicomte de Pontgibaud, né en 1823 à Trieste, marié en 1853 à Marie Alice de Cassagne de Beaufort de Miramon (1831/…); chef de bataillon au 91° régiment d’infanterie de l’armée française, participe à la guerre de Crimée et meurt héroïquement à la bataille de Solférino, le 24 juin 1859 et enterré dans le parc du château de Pontgibaud ;

Armand Everard Joseph de Moré de Pontgibaud, 1826/1873, conseiller général de Maine-et-Loire, mort des suites d’une chute de cheval ;

Octavie Marie Apollonie de Moré de Pontgibaud, 1828/1922, mariée le 8 mai 1849 avec Charles-Xavier de Froidefond de Florian (1816/1887) ;

Sidonie Albertine de Moré (1840/1879), chanoinesse du chapitre de de Brno en Moravie (actuellement République Tchèque).

Le continuateur du titre, le ci-dessus César Henri Joseph Dieudonné de Moré de Pontgibaud, né en 1852, se marie en 1878 avec Françoise Marie Pauline de Roussy de Sales ; ils auront un enfant : César Henri Joseph Dieudonné de Moré de Pontgibaud, né en 1852, marié en 1878 à Françoise Marie Pauline de Roussy de Sales (à suivre…).

Julien Sapori

[1] Charles-Albert de Moré, Mémoires du comte de Moré…, op. cit., annexes : lettre du comte de Moré à Armand Labrosse, Paris, 12 août 1824, p. 278.

[2] Cette « petite fille d’un an », avait été le premier enfant d’Armand et d’Amanthine. Prénommée Joachina, elle était née à Trieste le 30 novembre 1819 et y était décédée le 24 juillet 1820.

[3] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 321.

[4] Ce noble auvergnat avait eu un parcours qui n’est pas sans rappeler celui de notre héros. Pierre de Molen, marquis de Saint-Poncy (1754/…?), fils d’Amable de Molen et d’Agnès de Saint-Héraut, capitaine des dragons, chevalier de Saint-Louis, secrétaire de l’assemblée de la noblesse d’Auvergne réunie en 1789 à Riom, engagé dans l’armée des princes, ne rentra d’émigration qu’en 1816.

[5] Gabriel René François de la Rochelambert (1755-1814), auvergnat, capitaine du régiment de dragons Dauphin, puis major du régiment d’infaterie Picardie. On voit bien  que Joseph Labrosse souhaitait à tout prix marier son fils Armand avec une jeune fille issue de la noblesse d’Auvergne.

[6] En 1825, Armand put bénéficier de la loi dite du « milliard des émigrés », visant l’indemnisation des émigrés qui avaient perdu leurs propriétés vendues comme Biens Nationaux.

[7] Il s’agit d’une simple coïcidence, aucun lien n’existant entre le château Labrosse de Montereau et Joseph Labrosse.

[8]De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 303.

[9] Napoléone Elise Camerata (1806-1869) rentrera en France après la proclamation du II° Empire et terminera sa vie dans le village de Colpo (Morbihan) où elle s’était fait construire le château de Korn-er-Houet. C’était un personnage fantasque, qui tirait au pistolet et chevauchait les chevaux à cru , mais qui disposait aussi d’un savoir faire indéniable en matière de valorisation agricole. Elle décédera des suites d’une chute de cheval.

[10] Dans le couvent franciscain de Castagnavizza, situé dans la banlieu immédiate de Gorizia mais, depuis 1945, de l’autre côté de la frontière (en Yougoslavie puis, après la dislocation de ce pays, en Slovénie), se trouvent les tombes du roi Charles X, de son fils le duc d’Angoulême, de la duchesse d’Angoulême (fille de Louis XVI), du duc de Bordeaux – qui deviendra le comte de Chambord – et de Louise d’Artois, la soeur de ce dernier.

Alfred-François de Moré, comte de Pontgibaud (7)

• La Restauration

L’épisode des Provinces Illyriennes étant clos, les affaire reprennent rapidement dans une Trieste prête à rebondir et assoiffée de paix. Avec la Restauration, de nouveaux exilés débarquent dans la ville : ce ne sont plus des royalistes, mais des bonapartistes. Une fois de plus, Joseph Labrosse est là pour accueillir ses compatriotes.

Le 13 octobre 1813, Trieste est occupée par l’armée autrichienne. La fortune semble avoir tourné définitivement le dos à Napoléon, dont les armées se retirent de toute l’Europe. Dans cette ambiance de débâcle, les nostalgiques de l’Ancien Régime peuvent commencer à envisager sérieusement le retour sur le trône du roi légitime. « Chaque soir, autour des époux Labrosse, se rassemblaient les familiers, les collaborateurs et les vieux émigrés de France, encore enracinés à Trieste. Des commentaires et de vives discussions se poursuivaient souvent tard dans la nuit, au sujet des bulletins de guerre et autres nouvelles que le marquis de Mac-Mahon lisait à haute voieLa partie était perdue pour Napoléon ; de ceci tous en étaient persuadés à la Dogana Vecchia, « mais la France » – disaient-ils orgueilleusement – « tombe débout, avec l’épée à la main » » [1].

Jérôme Bonaparte, frère de Napoléon, ancien roi de Westphalie arrive à Trieste en 1820. Il y séjournera jusqu’en 1823.

En attendant que l’horizon politique s’éclaircisse, les affaires ne s’interrompent pas, bien au contraire. La banque Labrosse poursuit son expansion : elle est d’abord chargée par le consul général du roi Murat à Trieste, Jacques Pascal Abbatucci, [2] de financer l’accueil dans la ville puis le rapatriement de plusieurs milliers de soldats napolitains, épaves de l’armée napoléonienne. Dans la lancée, c’est Jérôme Bonaparte, déchu de son trône de Westphalie, qui dépose son patrimoine liquide dans les caisses de la banque Labrosse. Dès lors, c’est une solide relation de confiance qui se noue entre Jérôme et Joseph Labrosse : de Incontrera nous apprend que le 6 et 7 août 1814, l’ancien roi de Westphalie et sa soeur Elisa, sont à Trieste, de manière à préparer leurs prochaines installation dans la ville ; pendant ce court séjour, ils ne reçurent à leur hôtel que Labrosse et sa famille [3]. C’est encore Joseph Labrosse qui se charge de trouver à Jérôme Bonaparte la demeure où il viendra s’installer le 15 août 1814 avec sa nombreuse cour.

La villa Necher, à Trieste, demeure somptueuse de Jérôme Bonaparte. Elle héberge de nos jours un commandement militaire.

En 1814, Joseph Labrosse est désormais âgée de 60 ans, et commence à prendre du recul avec son intense activité commerciale. Le 31 décembre, il adresse une circulaires à l’ensemble de ses clients et à tous les négociants de Trieste, leur annonçant qu’il cède ses parts aux frères Ludovic et Adolphe Schwachofer, depuis longtemps ses fidèles associés. Toutefois, il n’est pas tout à fait à la retraite, car il poursuit ses activités de prêts et de conseil. Quant à son frère, le fantasque compte de Moré, désormais établi durablement à Paris, il demeure l’ultra qu’il a toujours été et abreuve son frère Joseph de courriers dans lesquels il pourfend le gouvernement de Louis XVIII qu’il considère trop enclin au compromis.

L’ancien roi de Suède Gustav IV séjourne aussi à Trieste, hébergé par Pontgibaud-Labrosse à la Dogana Vecchia.

Après la chute de l’Empire, c’est au tour des napoléonides d’arriver à Trieste, et les époux Labrosse se retrouvent toujours en première ligne pour les accueillir. Catherine, femme de Jérôme Bonaparte, arrive dans la ville adriatique le 20 août 1814 et le 24 elle donne naissance à son premier fils, Jérôme Napoléon Charles [4]. Les époux Labrosse sont présents à son baptême. Désormais, les personnalités se bousculent dans la ville… et chez les Labrosse. Dans ses mémoires, Charles-Albert de Moré décrit avec humour la « quasi-rencontre » entre le roi Gustave IV, déchu de son trône de Suède, champion de la légitimité proscrite et persécutée par Bonaparte, hébergé chez les Labrosse, et Jérôme Bonaparte, qui entre un jour à la Dogana Vecchia. « Mon frère ne tarda pas à voir que l’inconnu avait des traites plein ses poches, car ce dernier, qui pour lui ne tenait pas à l’incognito, déboutonna son enveloppe et, déclarant être le roi de Westphalie, manifesta sur un uniforme bleu une traînée de plaques, signes indubitables des prévenances forcées qu’avaient eues les monarques de l’Europe pour tous ceux qui portaient le nom de Bonaparte. Joseph Labrosse n’en alla ni plus ni moins vite, n’en dit pas une parole de plus, malgré l’aspect éclatant de cet assortiment complet d’étoiles, d’aigles, de lions, d’éléphants ; mais il fit avertir Sa Majesté le roi de Suède que Sa Majesté le roi de Westphalie se trouvait dans la maison, lui demandant en même temps ses intentions. « Le roi du second étage, répondit le prince, ne se soucie pas du tout d’envisager le roi du rez-de-chaussée, mais la reine [Catherine, femme de Jérôme] est ma cousine, et si elle habite Trieste, je serai fort aise de la voir » » [5].

Le 8 novembre 1816 c’est au tour de Maret, duc de Bassano, l’ancien Ministre des Affaires Étrangères de Napoléon, de s’établir à Trieste. Il y restera jusqu’à la fin de 1819, lorsque Louis XVIII consentira de le gracier lui permettant de rentrer en France ; il rend visite à Labrosse, dans sa maison de l’Ermitage.

Elisa Bonaparte, soeur de Napoléon, ancienne grande-duchesse de Toscane. Elle habite aussi à Trieste et décédera dans sa maison de campagne, à Villa Vicentina, le 6 août 1820 à l’âge de 43 ans.

Elisa Baciocchi, soeur de Napoléon, s’établit à Trieste le 20 juin 1816 sous le nom de comtesse de Compignano, avec son mari et ses trois enfants. C’est Labrosse qui leur trouve l’habitation, la splendide villa du champs de Mars [6]. Par l’intermédiaire de Labrosse et grâce aussi à un prêt que ce dernier lui avait consenti, Élisa fait également l’acquisition d’une belle propriété de campagne à Villa Vicentina [7]. Mais Élisa profite peu de tous ces biens, et meurt à 43 ans du choléra, le 7 août 1820. Trois mois après son décès, une messe solennelle a lieu à la cathédrale de San Giusto. De Incontrera écrit que « y assistaient l’agent consulaire de Louis XVIII, Chevalier, et à ses côtés notre héros [Labrosse] et les autres émigrés français demeurant encore à Trieste. Autour du haut catafalque, orné d’un grand « E » entrelacé de guirlandes de roses, s’entassaient les exilés du Premier Empire, avec leur cour et leurs fidèles. Une foule énorme de triestins s’entassait jusqu’au parvis de l’église, silencieuse et recueillie. À Sainte-Hélène, Napoléon disait au docteur Antonmarchi, dans sa douleur de la perte de sa soeur : « la mort qui paraissait avoir oublié sa famille, commence à l’atteindre. Elisa m’indique le chemin » » [8].

C’est toujours Labrosse qui permet à Jérôme Bonaparte, frère de Napoléon et ancien roi de Westphalie, d’acquérir la villa qu’il occupe lors de son exil à Trieste, du 7 novembre 1819 jusqu’à son départ en 1820 [9].

Joseph Fouché arrive à Trieste en janvier 1820 et y décède le 26 décembre de la même année.

Le flux des épaves de l’Empire semble intarissable. Le 3 juin 1820 arrive pour la deuxième fois à Trieste Joseph Fouché, « l’odieux ancien ministre de la Police de Napoléon [10] (dixit De Incontrera…) puis de Louis XVIII [11]. Au cours de son exil, il avait séjourné successivement à Prague puis à Linz et c’est sur les insistances d’Elisa qu’il s’était décidé à venir s’établir dans la ville Adriatique.

Ernestine Castellane-Majastre épouse Fouché, arrive avec son époux à Trieste en janvier 1820.

Il est accompagné de sa jeune femme, Ernestine Castellane-Majastre, et de ses quatre enfants du premier lit. Une fois de plus, c’est Labrosse qui est chargé de lui trouver une maison : ça sera la villa Vicco, située dans le centre, via Cavana [12]. Ernestine Fouché, la deuxième épouse de Fouché, se lie d’amitié avec Madame Labrosse, qu’elle rencontre soit à la Dogana Vecchia, soit à l’Ermitage. Mais le séjour triestin de Fouché est de courte durée : en fin d’année il contracte une pneumonie et meurt le 26 décembre 1820. Une fois de plus les obsèques solennelles d’une personnalité française ont lieu dans la cathédrale de San Giusto ; et une fois de plus Labrosse est présent. Le corps de Fouché est inhumé dans la crypte située sur le parvis de la cathédrale [13] (à suivre…).

Julien Sapori

[1] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 95-96.

[2] Jacques-Pascal Abbatucci, né en 1765 à Ajoccio, docteur en droit, fut tout au long de sa vie fidèle aux Bonaparte. Après avoir participé au coup d’Etat du 18 brumaire, il est recruté par Lucien Bonaparte au Ministère de l’Intérieur. Par la suite, il suit Joseph puis Murat à Naples et est nommé par ce dernier consul de ce royaume à Trieste. Jacques-Pascal Abbatucci jouera un rôle déterminant dans la fuite rocambolesque de Jérome de Trieste lors des Cent Jours.

[3] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 111.

[4] Jérôme Napoléon Charles, connu sous le titre de courtoisie de prince de Monfort, fils de Jérôme et Catherine Bonaparte (1814-1847).

[5] Charles-Albert de Moré, Mémoires du comte de Moré…, op. cit., p. 211.

[6] La villa hébergera par la suite Caroline, soeur d’Elisa et femme de Murat, roi de Naples. Elle sera démolie à la fin du XIX° siècle.

[7] Après le décès d’Elisa et de sa fille Napoléone Elise, la villa Ciardi de Villa Vicentina, distante de 35 km de Trieste, restera  la propriété de l’Etat français ; Pasteur y séjourna en 1870, afin d’étudier un remède contre une maladie qui frappait le ver à soie.

[8] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 226.

[9] Il s’agissait de la « villa Necker », qui existe encore de nos jours et qui est le siège d’un commandement militaire.

[10] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 230.

[11] Pour le séjour de Fouché à Trieste, voir : Incontrera (Oscar, de) Fouché a Trieste, dans La Porta Orientale, Trieste, 1945, n° 1-3 ; Sapori (Julien), L’exil et la mort de Joseph Fouché, Parçay-sur-Vienne, Anovi, 2007.

[12] L’ancienne maison de Fouché existe toujours et depuis 1831 est devenue le palais épiscopal de la ville : étrange destin pour la demeure de celui qui, lors de la Terreur, avait interdit toute croix et autre  symbole chrétien dans  les cimetières !

[13] Le corps de Fouché est inhumé dans la crypte située sous le parvis de la cathédrale. En 1875 il sera rapatrié en France et repose, depuis, dans l’enclos familial sis dans le petit cimetière de Ferrière-en-Brie (Seine-et-Marne), village dans lequel le duc d’Otrante avait acquis sous l’Empire une splendide propriété dont il reste de nos jours le parc, appartenant à la Chancellerie de l’université de Paris.

À la mémoire des frères Humel

« Il est des associations qui, contrairement à d’autres, sont modestes par leurs moyens mais n’en agissent pas moins « sans tambours ni trompettes », avec persévérance et efficacité pour le bien de la cause qu’elles ont décidé de servir. » (1)

Jean-Claude Damamme représentant pour la France de la société Napoléonienne internationale  disait « Lorsque l’on déambule dans des cimetières, ceux grandioses des grandes cités, ou ceux plus modestes des petites villes de province, force est de reconnaître avec tristesse que nombre de ces asiles des disparus sont dans un état de dégradation qui ne peut qu’affliger l’âme, et disons le mot, rendre honteux de cette désaffection. Et pourtant, que d’aventures, incroyables, grandioses, tragiques ou romanesques cèlent ces noms, dont le temps, obstinément, efface jusqu’au graphisme, comme pour éliminer toute trace de ceux qui ont trouvé là leur dernier refuge. »  (2)

Et c’est ici qu’intervient l’A.S.P.H.N du sud de l’Aisne,  Elle recense, sans distinction de fonction ou de grade, toutes les sépultures que menacent et l’oubli et le temps. Et, avec l’aide, notamment de donateurs, elle restaure, rénove, et très souvent aussi, intervient avec énergie auprès des services officiels pour retarder une procédure de reprise.

Cette dernière tâche n’est pas la moins rude !

En 2016, nous avions pris rendez-vous devant l’Obélisque des frères Humel, au cimetière de Soissons, avec le descendant (3) de nos héros tombés en 1813, et nous avions partagés ce souhait de pouvoir restaurer cet Obélisque.  En 2017, nous avions reçu une réponse négative de la fondation du Patrimoine. En 2019 grâce à des généreux donateurs, nous avons réunis des fonds qui nous permettraient de restaurer ce monument Napoléonien. La restauration d’un tel monument peut en effet prendre beaucoup de temps, mais cela ne nous empêche pas d’avancer sur d’autres dossiers, tel fut le cas en 2018 avec le sauvetage et la restauration de la sépulture du Sous-lieutenant Marie en forêt de Villers-Cotterêts. (4)

Inscriptions à la mémoire des frères Humel :

« À / LA / MÉMOIRE / DES / DÉFENSEURS / DE LA PATRIE / MAXIME HUMEL / ET PIERRE HUMEL / MORT DANS / LES PLAINES / DE DRESDE / ET DE / LEIPZIG / EN 1813. » (Au fond du cimetière, sur la droite, obélisque entouré d’une grille). Guide Napoléon – Source Alain Chappet – David Pelletier et Dominique Timmermans.

Restaurer un tel monument c’est aussi le devoir de connaitre son histoire, celle de 3 frères dont l’aîné a survécu  aux campagnes de 1812, 1813, 1814 et 1815 :

3 frères Soissonnais dans la tourmente du premier Empire. Les parents des 3 frères Humel viennent de 4 branches différentes :   La famille Humel – la famille Letellier – la famille Tingry et Adet.

Les parents des 3 frères Humel Louis-Joseph Humel né à Soissons le 13 Juin 1762, serrurier de profession, décédé le 20 décembre 1810 à Rethondes dans l’Oise et Marie-Agathe Letellier née à Soissons en Juillet 1771, elle est décédée à Soissons le 17 mai 1793 en donnant naissance à Pierre Nicolas mort dans les plaines de Leipzig.

De cette union sont nées, les 3 frères Humel,

Le premier, l’ainé, Louis-Julien Humel, né à Soissons le 22 avril 1790, marié à Soissons le 10 Janvier 1816, Serrurier de profession (comme son père), il épousa Louise-Adelaïde Lecheux, née le 12 juillet 1786, et servi au 56e régiment, à 22 ans, il fait la campagne de Russie, participe avec son régiment aux combats de Drissa, le 1er août 1812, puis le 17 et 18 août 1812, à la bataille de Polotsk. Sur le chemin du retour il participe à la deuxième bataille de Polotsk le 18 octobre 1812. Louis-Julien est de tous les combats, étant à l’arrière-garde de la division, il est à deux doigts d’être fait prisonnier le 15 novembre 1812 par les cosaques et perd son sous-lieutenant Guinard dans cette affaire.

Il est encore présent et participe à la bataille de la Bérezina le 28 novembre 1812.

Comble du malheur le 56e Régiment participa à la bataille de Dresde, le 27 août 1813, Louis-Julien Humel perdra son second frère quelques jours plus tôt, Maximilien Laurent, dans les plaines de Dresde, pendant une affaire aux avant-postes. Comble de malchance, le 16 et 18 octobre à la bataille de Leipzig, il perd son troisième frère, le plus jeune, Pierre Nicolas dans les plaines de Leipzig, au moment de la retraite.

Rentré en France, il participa à la campagne de France 1814, présent à la bataille de Brienne le 29 janvier 1814, puis à la Rothière le 1 février 1814. Il participera en 1815 le 16 juin à la bataille de Ligny puis le 18 juin au combat de Wavre. Il rentre en France avec l’armée de Grouchy, et se marie le 10 Janvier 1816.

Pierre Nicolas Humel et Maximilien Laurent Humel sont tombés au champ d’honneur en 1813.

Si leurs corps reposent dans les plaines de Dresde et de Leipzig. Un Obélisque porte leurs noms dans le cimetière de Soissons. Cet Obélisque risque de disparaître à son tour. Que restera-t-il de leurs mémoires.

L’histoire de ce monument est aussi incroyable, car il fut déplacé de l’ancien cimetière de Soissons à son emplacement aujourd’hui, l’oncle de Philippe Tingry avait tous les documents sur cette incroyable aventure, malheureusement ces documents ont disparus dans le bombardement de Soissons pendant la seconde guerre mondiale.

Le Monument Napoléonien des frères Humel dans le cimetière de Soissons, demande  une attention particulière. Il faut avant tout restaurer le socle qui retient l’Obélisque, remettre à neuf cet obélisque et repeindre les épitaphes, sans oublier de restaurer la grille en fer forgée qui encercle ce monument, l’appel aux compagnons du devoir n’est pas exclu pour pouvoir restaurer dans les règles de l’art. Philippe Tingry étant maitre d’ouvrage en bâtiment, va collaborer de façon active à ce projet.   Des images valant mieux qu’un long discours, je vous ai montré dans ce court billet notre projet de restauration, Je ne pense pas qu’il soit nécessaire d’en écrire davantage pour honorer le travail qui reste à accomplir par notre association.

Crédit photo Bruno BALLERY – Obélisque des frères Humel – Cimetière de. Soissons 2017.

Sources

1 Devise de l’A.C.M.N qui reste un modèle de savoir-faire pour les petites associations.

2 Discours de présentation de Jean-Claude Damamme représentant pour la France de la société Napoléonienne internationale. 

3 Philippe Tingry est issue d’une famille dont l’origine Soissonnaise remonte à 1520. Descendant de la branche Letellier – Tingry – Humel.

4 La restauration de la sépulture Marie  https://davout12345.wixsite.com/asphn/villers-cotterets

5 Un numéro hors-série de l’A.S.P.H.N du sud de l’aine retracera l’épopée des frères Humel. Lionel et Bruno Ballery.