1er salon du livre de Dunkerque

Samedi 27 et dimanche 28 avril 2019, j’étais invité au 1er salon du livre de Dunkerque. Ce fut un week-end très agréable qui m’a permis de rencontrer quelques (rares…) lecteurs mais surtout des auteurs fort sympathiques, et notamment le dessinateur Tym (voir sa dédicace), l’auteur Jacques Geesen et le « napoléonien » Régis Jonckheere.

À l’année prochaine !

JS

« Fouché et l’enlèvement d’un sénateur sous le Consulat », par Jean Tulard

Dans son dernier livre, « Tyrans, assassins et conspirateurs – le pouvoir du mal », sorti aux éditions SPM, Jean Tulard évoque, sous forme de dialogues imaginaire mais plausibles, diverses figures de l’Histoire incarnant des « méchants ».

Parmi les divers Tamerlan, Ivan le Terrible, Catherine de Médicis, Sade, Lacenaire et autres Pierrot le Fou, apparaît, à deux reprises (à tout seigneur tout honneur !), Joseph Fouché, dans les chapitres consacrés à « Vidocq, le bagnard devenu policier », et surtout « Fouché et l’enlèvement d’un sénateur sous le Consulat ». Le sénateur en question est Clément de Ris (1750-1827), personnage particulièrement opaque mais qui fut rendu célèbre par le roman de Balzac, « Une ténébreuse affaire », publié en 1841.

Tulard imagine une rencontre entre le romancier et la duchesse D’Abrantès, veuve du général Junot (le prédécesseur de Fouché en qualité de gouverneur général des Provinces Illyriennes que nous avons rencontré sur ce blog dans le « feuilleton historique » Pontgibaud-Labrosse). Balzac l’interroge sur l’affaire De Ris ; « nous étions très liés, mon mari et moi, à Fouché. Plus tard il m’a raconté ce qui s’était passé« , lui raconte la duchesse. La confidence ne tombe pas dans l’oreille d’un sourd, et constituera la documentation sur laquelle le romancier bâtira son roman.

Portrait du sénateur Clément de Ris. Il refusa de paraître lors du procès.

Fouché aurait-il manipulé un commando royaliste afin de récupérer, dans le château du sénateur, certains papiers compromettants pour lui et pour Talleyrand, avant d’abandonner ces jeunes exaltés entre les mains d’une justice fort expéditive soucieuse de plaire à Napoléon ? L’explication est souvent mise en avant mais aucune certitude n’existe ; en tout cas, elle est tout à fait envisageable. Les trois jeunes-gens, des nobles aussi fauchés qu’aventureux, seront condamnés à l’issue d’un procès qu’on peut, en toute objectivité, qualifier de farce, et guillotinés le 3 novembre 1801. Ils mériteraient de faire l’objet d’une notice dans le « Dictionnaire des prisonniers de Napoléon »…

Julien Sapori

Versione in italiano

ALBERT-FRANCOIS  DE  MORE, CONTE  DI  PONTGIBAUD, DIVENTATO IN EMIGRAZIONE JOSEPH LABROSSE, NEGOZIANTE (10e parte e fine)

• Oscar de Incontrera, lo « scopritore » di Labrosse

Se ai giorni nostri Joseph Labrosse è conosciuto, cio’ lo dobbiamo essenzialmente alle ricerche istancabili del triestino Oscar de Incontrera (1903-1970). Al di là del signor Labrosse, le ricerche di questo eccellente storico « dilettante » su certe personalità francesi che hanno soggiornato a Trieste e nella sua regione, restano, oggi ancora, fondamentali.

Oscar de Incontrera è nato a trieste nel 1903 ed è morto nella sua città natale nel 1970. I suoi antenati spagnoli si erano stabiliti in Sicilia all’inizio del XVIIIe  secolo e poi, nel 1846, a Trieste. Il suo nonno Giovanni aveva fatto parte della corte di Massimiliano d’Austria (1832-1867), che aveva costruito a Trieste la sua residenza, il straordinario castello di Miramare ; Giovanni lo aveva pure seguito nel Messico all’occasione della sua spedizione catastrofica. Di questo passato familiare, de Incontrera aveva ereditato una sensibilità legittimista a cui è rimasto sempre fedele, e che a volte scaturisce in maniera flagrante dai suoi scritti, senza tuttavia alterare mai sul fondo il rigore delle sue ricerche. Un solo esempio : descrivendo la seconda moglie di Joseph Fouché, la giovane e affascinante Ernestine Castellane-Majastre che l’aveva accompagnato nel suo esilio a Trieste, ecco cosa scrive su di lei : « questa Castellane degenerata si era avvilita sposando un Fouché » (!). E’ a causa della sua fedeltà al ricordo dei Borboni di Francia e di Spagna e della sua ostilità viscerale alla Repubblica Francese, che aveva rifiutato la Légion d’Honneur che il suo amico  René Dollot, console di Francia a Trieste e storico, avrebbe voluto attribuirgli. Impiegato delle celebri Assicurazioni Generali (la cui sede centrale è a Trieste), de Incontrera ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca storica, pubblicando a vent’anni il suo primo articolo, uno studio sulla basilica  di San Giusto, e i due ultimi l’anno stesso della sua morte. Era uno dei membri più illustri della  Società di Minerva, società storica e culturale fondata nel 1810 dall’erudito Domenico Rossetti e ancora esistente e attiva ai giorni nostri.

De Incontrera era pure molto impegnato nella vita della sua città, ed ebbe in questa veste un ruolo di primo piano nella salvaguardia di certi monumenti minacciati, come pure nelle operazioni che permisero, dopo la prima guerra mondiale, il ritorno delle spoglie reali di  Charles X e dei suoi prossimi nel convento di Castagnavizza, vicino a Gorizia (oggi in Slovenia).

E’ assolutamente impossibile ricordare qui, anche brevemente, l’insieme dei suoi studi, sempre caratterizzati dalla ricerca di fonti inedite. Tuttavia, per i lettori francesi, mi sembra importante citarne più particolarmente alcuni :

– Joseph Fouché, esiliato e morto a Trieste il 26 dicembre 1820, sepolto nella cripta della cattedrale di San Giusto ; le sue spoglie saranno esumate e trasportate à Ferrière-en-Brie (Seine-et-Marne, Francia) nel 1875. Avevo studiato questa documentazione per la redazione del mio libro L’exil et la mort de Joseph Fouché – entre mensonge romanesque et vérité historique, edizioni Anovi, 2007.

– I napoleonidi a Trieste, e specialmente Jérôme (Gerolamo) Bonaparte, Elisa Bonaparte (morta il 7 agosto 1820 nella sua casa di campagna a Villa Vicentina) e Caroline Murat.

– Chateaubriand, aveva soggiornato nella città dal 29 al 31 luglio 1806 : in questa occasione, si era recato sulla tomba di « Mesdames de France » (le sorelle di Louis XV, morte in esilio a Trieste nel 1799 et 1800), nella cattedrale di San Giusto, ricordo che racconterà più tardi in maniera commovente nelle Mémoires d’Outre Tombe.

Il quaderno di grammatica latina del Dauphin (Louis XVII), conservata nella Biblioteca Civica della ville, che era stato la proprietà delle sue zie, « Mesdames de France« .

– Le tombe reali nel convento di Castagnavizza (Gorizia), fra le quali figurano quelle di : Charles X, suo figlio Louis-Antoine, Henri d’Artois conte di Chambord, Marie-Thérèse de France duchessa d’Angoulème etc.

Stendhal, consul de France à Trieste en 1831.

Napoléon : son séjour à Trieste du 29 et 30 avril 1797.

Quando il giovane de Incontrera comincia a interessarsi al conte di Pontgibaud, diventato in emigrazione Joseph Labrosse, questo personaggio è quasi dimenticato, nessun studio serio esisteva all’epoca su di lui. All’inizio, all’età di quindici anni, de Incontrera è attirato dalla sua pietra tombale, che si trovava in uno stato di grande degradazione, appoggiata a una facciata laterale della cattedrale di San Giusto. Le sue ricerche meticolose negli archivi della città, completate da un soggiorno al castello Dauphin à Pontgibaud, nel Puy-de-Dôme (Francia), dove potè studiare la ricca corrispondenza di questa famiglia dell’aristocrazia dell’Auvergne, gli permisero di tracciare il percorso allo stesso tempo eccezzionale ed emblematico di questo personaggio, in gioventu’ moschettiere del re di Francia, e diventato in emigrazione, per la forza delle cose ma sopratutto per il suo talento, uno dei più ricchi e influenti uomini d’affari di Trieste. Ne tirerà una serie di articoli, pubblicati fra il 1954 e il 1964 nel bollettino della Società di Minerva,  l’Archeografo Triestino [1]. Nel 2014, sono stati tradotti in francese da Hugues de Warren e riuniti in due volumi di 380 e 476 pagine con il titolo « Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français de Trieste ».

L’essenziale di questo « feuilleton » storico, che ho pubblicato su questo blog josephfoucheetsontemps.com, è tratto dalle ricerche effettuate da de Incontrera, una vera « saga » la cui lettura è appassionante ma anche istruttiva, nonostante soffra di qualche carenza di metodo, sopratutto per cio’ che riguarda la rarità delle referenze dei documenti sfruttati. Mi sono limitato a completarle con delle ricerche personali che figurano, essenzialmente, nelle note, l’introduzione e le conclusioni.

Un’ultima cosa. Nel 2020, si commemorerà contemporaneamente il bicentenario della morte di  Joseph Fouché e il cinquantesimo anniversario della morte di Oscar de Incontrera. Questi due personaggi erano certo molto differenti e anche, politicamente, assolutamente ostili, ma finalmente legati l’uno all’altro dal loro soggiorno in questa città strana, accogliente e cosmopolita che è Trieste. Fouché ha, incontestabilmente, un debito verso lo storico triestino, che ha passato la sua vita a ricostruire gli ultimi mesi dell’esistenza di questo statista esiliato. Joseph Fouché e Oscar De Incontrera  meriterebbero, l’uno e l’altro, che nel 2020 si installino a Trieste delle targhe che permetterebbero di ricordarli ; l’uno e l’altro, ormai, appartengono alla Storia.

Per la realizzazione di questo progetto, sono già in contatto con la Società di Minerva, che ringrazio qui per il suo ascolto particolarmente attento.

Grazie a tutti d’aver seguito questo « feuilleton storico » e di restare fedeli al nostro blog.

Julien Sapori

(Fine)

[1] De Incotrera (Oscar), Archeografo Triestino, « Giuseppe Labrosse e gli emigrati francesi a Trieste », n° 881, 894, 905, 917, 931, 936, 948, 959 ; 570 pagine al totale.

Alfred-François de Moré, comte de Pontgibaud (10 et fin)

• Oscar de Incontrera, le « découvreur » de Labrosse

Si de nos jours Joseph Labrosse est connu, nous le devons essentiellement aux recherches inlassables du triestin Oscar De Incontrera (1903-1970). Au-delà du sieur Labrosse, les travaux de ce remarquable historien « amateur » sur des personnalités françaises ayant séjourné à Trieste et dans sa région restent, aujourd’hui encore, incontournables.

Oscar De Incontrera est né à Trieste en 1903 et est mort dans sa ville natale en 1970. Ses ancêtres espagnols s’étaient établis en Sicile au début du XVIIIe siècle puis, en 1846, à Trieste. Son grand-père Giovanni avait fait partie de la cour de Maximilien d’Autriche (1832-1867), qui avait bâti à Trieste sa résidence, l’extraordinaire château de Miramare ; il l’avait même suivi au Mexique lors de sa malheureuse expédition. De ce passé familial, De Incontrera avait hérité une sensibilité légitimiste dont il ne s’était jamais départi et+ qui ressort parfois de manière flagrante dans ses écrits, sans toutefois jamais altérer sur le fond la rigueur de ses recherches. Un seul exemple : en décrivant la deuxième épouse de Joseph Fouché, la jeune et charmante Ernestine Castellane-Majastre qui l’avait accompagné à Trieste, il écrit à son sujet « cette Castellane dégénérée s’était avilie en épousant un Fouché » (!). C’est en raison de sa fidélité au souvenir des Bourbons de France et d’Espagne et de son hostilité viscérale à la République, qu’il avait refusé la Légion d’Honneur que son ami René Dollot, consul de France à Trieste et historien, aurait voulu lui décerner. Employé des célèbres Assicurazioni Generali (dont le siège central est à Trieste), De Incontrera a consacré toute sa vie à la recherche historique, publiant à vingt ans son premier article, une étude sur la basilique de San Giusto, et les deux derniers l’année même de sa mort. Il était un des membres les plus illustres de la Società di Minerva, société savante fondée en 1810 par l’érudit Domenico Rossetti et toujours existante et active de nos jours.

De Incontrera était aussi très engagé dans la vie de sa cité, et il joua à ce titre un rôle de tout premier plan dans la sauvegarde de certains monuments menacés, comme aussi dans les opérations qui permirent, après la première guerre mondiale, le retour des dépouilles royales de Charles X et de ses proches dans le couvent de Castagnavizza, près de Gorizia (aujourd’hui en Slovénie).

Oscar de Incontrera, historien triestin, est le « découvreur » de Pontgibaud/ Labrosse.

Il est absolument impossible de rappeler ici, même brièvement, l’ensemble de ses études, toujours caractérisés par le souci de la recherche des sources inédites. Toutefois, pour les lecteurs français, il me semble important de rappeler plus particulièrement certains de ses écrits :

Joseph Fouché, exilé et mort à Trieste le 26 décembre 1820, enterré dans la cripte de la cathédrale de San Giusto ; sa dépouille sera exhumée et transporté à Ferrière-en-Brie (Seine-et-Marne) en 1875. J’avais exploité cette documentation lors de la rédaction de mon livre L’exil et la mort de Joseph Fouché – entre mensonge romanesque et vérité historique, édition Anovi, 2007.

– Les napoléonides à Trieste, et notamment Jérôme Bonaparte, Elisa Bonaparte (morte le 7 août 1820 dans sa maison de campagne de Villa Vicentina) et Caroline Murat.

Chateaubriand, ayant séjourné dans la ville du 29 au 31 juillet 1806 : à cette occasion il avait rendu visite à la tombe de « Mesdames de France », dans la cathédrale de San Giusto, souvenir qu’il relate dans les Mémoires d’Outre Tombe.

Le cahier de grammaire latine du Dauphin (Louis XVII) conservé à la Biblioteca Civica de la ville, qui avait été en possession de ses tantes, « Mesdames de France ».

Les tombes royales au couvent de Castagnavizza (Gorizia), parmi lesquelles figurent : Charles X, son fils Louis-Antoine, Henri d’Artois compte de Chambord, Marie-Thérèse de France duchesse d’Angoulême etc.

Stendhal, consul de France à Trieste en 1831.

Napoléon : son séjour à Trieste du 29 et 30 avril 1797.

Lorsque le jeune De Incontrera commence à s’intéresser au comte de Pontgibaud, devenu en émigration Joseph Labrosse, ce personnage est quasiment oublié, aucune étude sérieuse n’existant à son sujet. Au départ, âgé de quinze ans, De Incontrera est intrigué par sa pierre tombale, qui se trouvait à l’époque dans un état très dégradé, appuyée à une façade latérale de la cathédrale de San Giusto. Ses recherches méticuleuses dans les archives de la ville, complétées par un séjour au château Dauphin à Pontgibaud, dans le Puy-de-Dôme, où il put exploiter la riche correspondance de cette famille de l’aristocratie auvergnate, lui permirent de retracer le parcours à la fois exceptionnel et emblématique de ce personnage, ancien mousquetaire du roi, devenu en émigration, par la force des choses mais surtout par ses talents, un des plus riches et influents hommes d’affaires de Trieste. Il en tira une série d’articles, publiés entre 1954 et 1964 dans le bulletin de la Società di Minerva, l’Archeografo Triestino [1]. En 2014, ils ont été traduits en français par Hugues de Warren et réunis en deux volumes de 380 et 476 pages sous le titre Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français de Trieste.

Emblème de la Società di Minerva, fondée en 1810 par Domenico Rossetti. Oscar de Incontrera en fut un fidèle collaborateur.

L’essentiel de ce « feuilleton » historique que j’ai publié dans le présent blog josephfoucheetsontemps.com est tiré des recherches effectuées par De Incontrera, une véritable « saga » dont la lecture est aussi passionnante qu’instructive, bien que souffrant de certaines carences de méthode, et notamment la rareté des références concernant les sources exploitées. Je me suis borné à le compléter par des recherches personnelles qui figurent, pour l’essentiel, dans les notes en bas de page, l’introduction et les conclusions.

Une dernière chose. En 2020, on commémorera à la fois le bicentenaire de la morte de Joseph Fouché et le cinquantième anniversaire de la mort de Oscar de Incontrera. Ces deux personnages étaient certes très différents et même, politiquement, tout-à-fait hostiles, mais finalement liés l’un à l’autre par leur séjour et leur mort dans cette ville étrange, accueillante et cosmopolite qu’est Trieste. Fouché a incontestablement une dette vers l’historien triestin, qui a passé sa vie à fouiller et restituer les derniers mois de la vie de l’Homme d’État exilé. Joseph Fouché et Oscar De Incontrera mériteraient, l’un et l’autre, qu’en 2020 on installe à Trieste des plaques qui permettraient de rappeler leur souvenir aux passants ; car l’un et l’autre, désormais, appartiennent à l’Histoire.

Pour la réalisation de ce projet, je suis d’ores et déjà en contact avec la Società Minerva que je remercie ici pour son écoute attentive.

Merci d’avoir suivi ce « feuilleton historique » et de rester fidèles à notre blog.

                                                                                                                   Julien Sapori

[1] De Incontrera (Oscar), Archeografo Triestino, « Giuseppe Labrosse e gli emigrati francesi a Trieste », n° 881, 894, 905, 917, 931, 936, 948, 959 ; 570 pages au total.

 

 

 

 

Alfred-François de Moré, comte de Pontgibaud (9)

• Épilogue – Labrosse, un « amphibie » ?

Au cours de huit épisodes précédents, nous avons donc découvert la vie à la fois « simple » et extraordinaire du comte de Pontgibaud, devenu Joseph Labrosse. La liste des personnalités qu’il a connu et fréquenté est absolument incroyable et représente à elle seule un résumé de toute l’époque : Louis XVI, Lafayette, Mesdames de France, la duchesse de Narbonne, les généraux Marmont et Bertrand, Jérôme Bonaparte, Elisa Bonaparte, le roi de Suède Gustav IV, Louis XVIII… sans oublier Joseph Fouché ! Qu’en était-il de sa personnalité ? Ce véritable génie des affaires est resté, dans une époque où les bouleversements étaient la règle, toujours fidèle à l’idéal de sa jeunesse : la monarchie. Ce qui n’a pas empêchée « l’anti-conformiste » George Sand de le décrire, du fond de son confort, comme étant un traître…

Dans son roman Simon publié en 1836, la célèbre femme de lettres George Sand met en scène un personnage désagréable, le comte de Fougères, devenu en émigration un simple commerçant. « Qu’est-ce qu’un nom ? » se demande-t’il ce dernier ; « je vous le demande ; est-il propriété plus chimérique ou plus inutile ? Quand j’ai monté ma boutique à Trieste, je commençai par quitter mon nom et mon titre, et je reconstruisis ma fortune sous celui de Spazzetta, ce qui veut dire M. Labrosse ». George Sand s’indigne de cette transformation et l’exprime clairement par le biais du protagoniste du roman, Simon, personnage droit et vertueux, «choqué de je ne sais quoi de bourgeois que le chatelain de Fougères avait contracté, sans doute, à son comptoir. Il était à se dire qu’il valait mieux être ce que la société nous a fait que de jouer un rôle amphibie entre la roture et le patriciat » [1]. Bref, pour la féministe et scandaleuse George Sand, toutes les audaces amoureuses et vestimentaires sont possibles… mais à condition, pour les nobles, de ne pas déroger !

La baronne Dudevant (1804- 1976), en art George Sand.

Aucun doute n’est possible sur ce point : on sait qu’en évoquant le fantomatique comte de Fougères, George Sand visait bien Albert-François de Moré, comte de Pontgibaud, devenu en émigration et par la force des choses Joseph Labrosse. Reste à savoir si le « vrai » comte de Pontgibaud était un homme aussi détestable que celui décrit par George Sand. Pour le savoir, nous disposons d’un travail monumentale : les recherches effectuées des années durant par l’historien de Trieste Oscar De Incontrera, qui ont fait l’objet en 2014 d’une traduction en français sous le titre Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français à Trieste [2].

Au vu des écrits de De Incontrera, le procès intenté par George Sand à Joseph Labrosse semble non seulement anachronique mais, même, disons-le, profondément injuste. Il est impossible de reprocher à Joseph Labrosse d’avoir « trahi » les idéaux de sa jeunesse : s’il s’est accommodé, contraint et forcé, du monde tel qu’il était à l’issue de la Révolution d’abord et de l’Empire ensuite, il n’a jamais renié ses opinions royalistes, faisant l’impossible pour venir au secours de ses anciens compagnons d’arme et autres fugitifs. En tout cas, dans le milieu des anciens émigrés, ses sentiments ne faisaient pas de doute, et il était unanimement apprécié. De Incontrera raconte que « le 13 novembre 1817 le trésorier du Roi Louis XVIII, le comte d’Esparbès de Lussan, communiquait à Joseph Labrosse que son frère l’avait chargé de solder toutes les dettes contractées pendant l’émigration et qu’en tête des créanciers, se trouvait le comte de Pontgibaud, qui lui avait prêté – en 1791 – 175 louis d’or pour fuir Paris et gagner Coblences. […] Pontgibaud répondit qu’il s’enorgueillissait d’avoir aidé dans ces tristes journées tant de gentilshommes à fuir pour aller grossir les rangs de l’armée, qui sous la direction des princes se formait pour libérer la patrie, proie des factieux. Au compagnon d’armes, avec lequel il avait fait la campagne de ’92, il envoyait ses chaleureuses salutations et il le priait de verser cet argent à la caisse créée « pour secourir les anciens émigrés rentrés, qui se débattent dans l’indigence » » [3].

Dans son roman « Simon », sorti en 1836, George Sand présente un personnage directement inspiré de Pontgibaud-Labrosse.

Fidèles , mais aussi réalistes, les époux Labrosse « préféreront laisser mort un passé qui ne pourra plus jamais revenir et dont l’évocation ne pourrait être que douloureuse. Ils descendront donc la tombe d’exil de San Giusto sans reprendre leur titre et leurs possessions ancestrales, maintenant jusqu’à la mort le simple mais honoré nom de Labrosse, emblème de la métamorphose que la Révolution avait opérée en eux et dont ils étaient débiteurs de leur fortune. Une fortune plus grande que celle dont ils avaient joui sous le regretté ancien régime » [4].

Cette capacité d’adaptation, Joseph Labrosse l’avait déjà démontrée avant même la Révolution, en mettant en valeur de manière particulièrement intelligente son domaine de Pontgibaud. Tout au long de sa vie, il s’intéressera à l’agriculture, au commerce, à la banque, à l’immobilier, aux mines, à l’industrie, récoltant succès sur succès dans une époque pourtant difficile qui voit les crises économiques et les faillites se succéder. L’historien Philippe Bourdin a souligné, dans une étude récente, que « le comte et la comtesse de Pontgibaud, si efficacement reconvertis, paraissent bien figurer l’exception dans un environnement où beaucoup de s’avèrent incapables d’oublier préventions et prétentions de leur ordre d’origine, où le sauve-qui-peut individuel l’emporte sur la construction collective, une fois démantelées les coalitions militaires » [5].

Si ses réussites dans le monde des affaires ont quelque chose de proprement stupéfiante, il ne faut pas oublier qu’elles s’accompagnent d’une activité intellectuelle constante et d’une implication de tout premier plan dans le domaine de la bienfaisance. L’historienne Amandine Fauchon constate qu’Albert-François Pontgibaud « est un homme ouvert aux progrès de son temps et perçoit aisément les changement sociaux en cours » [6].

Le simple appât du gain ne suffit pas pour expliquer un tel dynamisme, qui est manifestement motivé aussi par la recherche d’une vie sociale intense. Le négoce devient, chez les époux Labrosse, une forme de succédané de la vie de cour qui leur permet de s’intégrer, à Lausanne comme à Trieste, dans la vie de la cité, et fréquenter non seulement les personnes « qui comptent », mais aussi les personnes « intéressantes ».

George Sand fait de ce noble français émigré à Trieste et devenu un riche commerçant un individu désagréable et opportuniste qui, honte suprême, a « dérogé » à son statut de noble.

Modernes pour ce qui concerne leur vision de l’économie, les époux Labrosse demeurent très « Ancien Régime » sur le plan des mœurs. S’ils renoncent lors de la Restauration à revenir sur les terres familiales pour y mener une vie de possédants, préférant terminer leurs jours dans leur patrie d’adoption, la chère Trieste, ils mettent tout en œuvre pour permettre à leurs descendants de récupérer le domaine de Pontgibaud. Le berceau familial doit être préservé à tout prix… il l’est toujours, d’ailleurs, au XXI° siècle ! Il en est de même pour le mariage de leur fils Armand, la promise étant repérée par le père et un de ses amis en fonction de critères qui ne laissent que peu de marge aux sentiments mais prennent en considération uniquement les titres de noblesse, la situation financière et la solidarité auvergnate.

On comprend que De Incontrera se soit passionné par un tel personnage, si parfaitement emblématique de son époque et avec lequel il savait pouvoir partager aussi, au-delà des siècles, sa sensibilité royaliste et l’amour pour Trieste. La baronne socialiste George Sand, de son côté, a fait preuve d’une grande sécheresse d’esprit en refusant de reconnaître dans la vie tourmentée de Labrosse non seulement un grand courage, mais aussi une cohérence parfaitement respectable. « Dans les crises politiques » écrivait  Oscar Wilde « le plus difficile pour un honnête homme n’est pas de faire son devoir, mais de le connaître » (à suivre…).

Julien Sapori

[1] Sand (George), Simon, première édition 1836 ;  Paris, Calman-Lévy, 1877, p. 33.

[2] Oscar de Incontrera Joseph Labrosse, comte de Pontgibaud, et les exilés français à Trieste, traduit de l’italien par Hugues de Warren,  Impression ICN, ZI des Saligues, Orthez, 2014. Le texte original a été publié en six parties entre 1953 et 1964 par l’Archeografo Triestino (bulletin de la Società di Minerva de Trieste).

[3] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome II, p. 233.

[4] De Incontrera, Joseph Labrosse…, op. cit., tome I, p. 65.

[5] Philippe Bourdin, Mémoires d’ex-, mémoires d’exil : l’émigrante noblesse auvergnate, op. cit.

[6] Fauchon (Amandine), La Révolution au village et la figure de l’ennemi contre-révolutionnaire…, op. cit.